C'è del marcio e c'è del sano. Le
banche si stanno attrezzando per saper scegliere?

Se ripensiamo all’esplodere della crisi
economica internazionale che lo scorso anno ha investito e
colpito la quasi totalità dei mercati finanziari
internazionali non si può non puntare il dito contro le
regole che stanno alla base del sistema bancario
internazionale e che troppo spesso tendono a drogare e
falsare la percezione che si ha delle condizioni di salute
in cui versa l’economia di ciascun Paese. Lentamente ci
stiamo trascinando fuori dalla fase di recessione,
accompagnati dagli inevitabili lutti che simili
sconvolgimenti storici producono sul tessuto economico e
sociale su cui questo uragani si abbattono: aziende che
ristrutturano o chiudono i battenti, perdita di posti di
lavoro, crollo dei consumi, richieste da più parti di un
intervento statale che possa fare luce e cancellare una
volta per tutte le metastasi che hanno provocato la crisi
stessa e che spesso riguardano i meccanismi alla base del
sistema finanziario.
Ora come ora è necessario
interrogarsi sulla fisionomia del sistema finanziario che
esce dalle sabbie mobili della crisi, chiederci se i colossi
bancari sono oggidì capaci e disposti ad evitare che si
ripeta nel giro di pochi anni un cataclisma analogo a quello
che si è appena abbattuto sul tessuto economico
internazionale. L’unica certezza a cui possiamo affidarci
al momento è quella della consistenza delle macerie che
abbiamo di fronte a noi, ovvero quelle rappresentate da un
comparto finanziario che è stato gestito in malo modo,
rigurgitante irresponsabilità e mancanza di lungimiranza, un
settore che spesso non ha lesinato la richiesta di
interventi statali nell’immediato come palliativo per una
malattia che necessitava di cure più approfondite e di lunga
durata.
A fare le spese sono necessariamente
gli attori secondari ovvero tutto quel sottobosco di imprese
ed aziende di dimensioni medio piccole che necessitando di
liquidità immediata per provare a ricostruire su queste
macerie spesso si vedono opposte un secco rifiuto dalla
maggior parte degli istituti finanziari, un rifiuto che
nella quasi totalità dei casi suona come una vera e propria
condanna a morte per imprenditori e dipendenti. Ovviamente
questo non è una considerazione secondaria dal momento che
le piccole e medie aziende costituiscono la spina dorsale
dell’economia del nostro Paese in molte regioni. La
necessità di una ripresa dell’erogazione di liquidità da
parte delle banche verso le aziende non è infine un’istanza
che viene avvertita come necessaria dal solo mondo
imprenditoriale o del lavoro; infatti è impossibile non
notare le dure schermaglie ingaggiate in questi giorni dal
ministro dell’economia Giulio Tremonti ed i maggiori
istituti di credito del Paese proprio riguardo a questo
mancato supporto finanziario alle imprese.
Secondo l’inquilino di via XX
settembre infatti è necessario che le banche riprendano
subito a garantire flussi di liquidità alle imprese anche
ricorrendo agli strumenti finanziari messi a disposizione al
momento dallo Stato, i cosiddetti Tremonti bond. Nelle
parole del ministro infatti mantenere un atteggiamento di
gretta ostinazione orientato ad una generalizzata “serrata
delle casseforti” non farebbe altro che preparare
l’incubazione di una prossima crisi economica. Una
dura reprimenda quella di Tremonti che arriva
contestualmente a quanto rilevato pochi giorni fa dalla
Commissione Europea che dopo aver condotto un’indagine sul
sistema bancario europeo riferito al 2008 non ha potuto non
rilevare come le banche europee tendano ad intessere
rapporti di consulenza poco chiari con i propri clienti. In
particolar modo l’Ue ha rilevato che in materia di
informativa verso i propri clienti gli istituti europei
tendono ad essere ambigui se non opachi in campi come quello
della spesa bancaria legata a conti e costi del credito.
Nel dettaglio la Commissione Europea ha poi rilevato come
l’Italia sia uno dei Paesi dell’Ue più oneroso per il
cliente per quanto riguarda costi e spese bancarie: se
infatti un privato in Belgio spende per il proprio conto
corrente una media di 58 euro, seguito dagli 82 ed 80 di
Irlanda e Germania, in Italia si tocca un picco di ben 253
euro.
Ora se è vero che nel breve periodo
è difficile incidere concretamente in modelli di azione
consolidati come sono quelli che appartengono ai grandi
colossi bancari, è altrettanto vero che alcuni spiragli di
luce si possono intravedere grazie all’opera di attori
considerati minori che operano all’interno del settore
bancario ma che fanno del binomio “investimento” e “valori”
la propria bandiera. Ci riferiamo nello specifico al mondo
della finanza etica e del microcredito, realtà che si stanno
ritagliando sempre di più uno spazio consistente di fiducia
tra aziende e privati. Proviamo quindi a ragionare partendo
da un piccolo esempio: il 15 settembre 2009 Banca Popolare
Etica ha fatto sapere che intende sospendere le rate di
mutui per piccole e medie imprese oltre che per le famiglie
maggiormente colpite dalla crisi economica. Il periodo di
sospensione arriverà ad un massimo di 18 mesi e si
allargherà anche a quei soggetti privati colpiti da
licenziamento o da misure come la cassa integrazione.
visto e considerata l’impellente
necessità da parte delle aziende di poter avere quel minimo
di ossigeno necessario a ripartire ed
investire.
E’ possibile pensare od immaginare un sistema bancario
che sia nel suo complesso in grado di adottare un insieme di
pratiche eticamente “virtuose” capaci di permettere e
garantire una ripresa anche a chi al momento si trova in
estrema difficoltà?
E’
possibile pensare ad un sistema bancario che nel suo
complesso riesca a proiettarsi al di là del qui e ora ed
investire quindi anche in momenti di difficoltà su progetti
che possono creare sviluppo ed innovazione nel medio o lungo
periodo?
E’
possibile che il sistema bancario nel suo complesso sappia
approntare dei meccanismi di auto difesa tali per cui
scegliendo di puntare meno su pratiche finanziarie avventate
e maggiormente su dinamiche trasparenti e controllabili sia
poi in grado di difendere l’ossatura economica di un Paese
senza quindi trascinare nel gorgo della recessione imprese e
lavoratori?
Crediamo che la
riflessione debba ripartire da qui, che i grandi attori
siano grandi anche e soprattutto perché decidono di puntare
su progetti che nell’immediato appaiono complessi ma che
sono capaci di dare maggiori soddisfazioni nel lungo
periodo; un atteggiamento questo che eviterebbe l’assunzione
di comportamenti dannosi ed irresponsabili come il
trincerarsi, alla prima avvisaglia di difficoltà, nel
fortino dei propri privilegi negando l’aiuto a chi combatte
in prima linea.