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Italia: 2009, considerazioni sulla
vivibilità
uno sguardo alle aree
italiane in cui si vive meglio e in cui si vive peggio
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Sandro Zinani
03/12/22/01/2010
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Ad una decina di giorni dalla chiusura di questo 2009,
ecco arrivare sulle pagine del
Sole 24 Ore il dossier che analizza, provincia per
provincia, il livello di vivibilità della Penisola:
si tratta di una classifica che valuta le province
italiane attribuendo ad esse un punteggio, somma di
diversi fattori che vanno dal tenore di vita alla
qualità dei servizi erogati, dalla situazione lavorativa
al tasso di criminalità registrato sul territorio.
Una classifica che, come avremo modo di vedere più
avanti, fotografa un Paese fondamentalmente bloccato, in
cui prevale una generale discordanza tra progresso
economico da un lato e mancato sviluppo di quei servizi
sociali, ambientali e culturali che rendono, per
l'appunto, maggiormente "vivibile" un'area geografica.
I primi dieci posti della suddetta classifica vedono
trionfare il Nord Italia, spicca in particolare il primo
posto conquistato dalla provincia di Trieste e a cui
fanno seguito le province di Belluno e Sondrio. Nel
mezzo, a metà classifica, troviamo invece le principali
metropoli del Bel Paese: Bologna al 13° posto, Firenze,
14° posto, Genova e Milano, 18° posto, seguite infine da
Roma che raggiunge la 24° posizione. Fanalino di coda il
Sud che con le province di Palermo, Caserta, Napoli ed
Agrigento chiude questa pagella sulle province italiane.
Ad una rapida scorsa risulta evidente come le aree
ideali in cui vivere siano quelle distanti dai
principali distretti industriali o metropolitani del
Paese, e a questo punto giova quindi chiedersi il perché
della scarsa attrattiva rappresentata dalla metropoli: i
principali centri metropolitani del Paese (Milano, Roma,
Firenze, Genova, Torino) registrano infatti rispetto
agli anni passati una sostanziale flessione, legata
principalmente a quella discordanza di cui si parlava ad
inizio articolo. Il problema è tanto semplice quanto, in
un certo senso, atavico per la storia del nostro Paese:
le metropoli hanno sì registrato un incremento per
quanto riguarda il tessuto economico-industriale, ma a
tale sviluppo non ha trovato riscontro una parallela
evoluzione di quei servizi sociali, culturali ed
ambientali necessari per rendere "più vivibile" e a
misura di uomo la metropoli. In particolare l'assenza di
questo sviluppo binario ha contribuito ad alimentare
fenomeni come criminalità e/o 'inquinamento che hanno
per forza di cose inciso negativamente sul giudizio
complessivo delle città in questione.
Questa evidenza non rappresenta un qualcosa di nuovo
all'interno del dibattito e delle analisi che hanno per
oggetto l'Italia ed il suo tessuto regionale, le
metropoli infatti si sono, da sempre, caratterizzate per
un complessivo sviluppo sbilanciato nel corso della loro
esistenza. La novità che emerge dal quadro in esame è
invece rappresentata da un complessivo deterioramento
degli standard qualitativi di vita che caratterizzano
anche quelle province e città che si trovano nelle
vicinanze delle principali aree metropolitane e che, da
sempre, hanno svolto una funzione di "cerniera" e
bilanciamento degli squilibri ambientali propri dei
grandi centri urbani. Un esempio concreto di quanto
detto è ravvisabile nel declassamento di città come
Reggio Emilia o Cuneo che rientrano nella rete di quelle
città "cerniera" di cui si è detto prima e che nel corso
del 2009 hanno registrato un sostanziale regresso delle
condizioni di vivibilità.
A rendere più fosco il quadro fin qui delineato arriva
la sostanziale stasi che vive il Mezzogiorno che,
complessivamente, sembra non voler registrare alcun
segno di miglioramento. Nonostante le risorse e gli
investimenti destinati a questa area regionale, sembra
infatti che non si sia materializzato alcun tipo di
beneficio per chi vi lavora o per chi vi risiede; il
fenomeno assume un profilo quanto meno inquietante se
consideriamo non solo il 2009 ma tutti i primi nove anni
del secolo,
2000-2009, nove anni in cui i posti più bassi della
classifica sono sempre stati "contesi" tra Sicilia,
Puglia e Calabria.
Venendo invece ai "vincitori" di quest'anno, si nota
come l'area geografica dove si vive meglio è quella
compresa tra il Nord ed il Centro, ovvero quella
racchiusa da una linea ideale che parte dal Trentino ed
arriva a toccare le principali province toscane. Se
diamo uno sguardo alle aree in questione (Trento,
Bolzano, Grosseto, Livorno) si nota come queste siano
essenzialmente zone geografiche che si caratterizzano
per essere aree decentrate rispetto ai grandi nodi
industriali o metropolitani di cui abbiamo parlato
poc'anzi. Nel dettaglio si tratta di centri urbani di
dimensioni medio-piccole in cui si concentrano attività
di tipo turistico o manifatturiero. Il processo di
industrializzazione in queste aree ha infatti
determinato lievi contraccolpi sul tessuto sociale ed
ambientale, elemento questo che ha permesso di
preservare un buon livello di armonia per chi vi abita:
inquinamento e criminalità, per esempio, hanno
un'incidenza del tutto marginale se paragonata al resto
della Penisola. Questo trend positivo riguardante le
aree urbane di piccole e medie dimensioni situate
principalmente nel centro-nord del Paese non è, tra
l'altro, una meteora circoscritta all'anno che si sta
per concludere: se infatti prendiamo in considerazione
il già citato asse temporale 2000-2009, vedremo che a
guidare la classifica delle regioni più vivibili anche
negli otto anni precedenti si registrava una sostanziale
preminenza di queste aree geografiche.
Il ritratto complessivo che esce da questo dossier sulla
vivibilità delle province italiane implica diverse
considerazioni finali.
Innanzitutto la frattura che separa Nord e Sud del Paese
invece di giungere ad una ricomposizione, rimane
sostanzialmente inalterata: il Mezzogiorno resta
un'intricata sabbia mobile, predestinato a ricoprire
quel ruolo di fanalino di coda che ogni anno, suo
malgrado, gli compete e che puntualmente lo separa, non
solo per tasso di crescita economica, dal ricco ed
opulento Nord.
D'altro canto assistiamo ad una conferma sostanziale
della stasi delle metropoli che a fatica riescono ad
integrare costi e benefici dello sviluppo industriale
con mirate politiche sociali ed ambientali che
consentirebbero di dare un nuovo volto, più umano, al
tessuto metropolitano. Contemporaneamente si assiste ad
una sostanziale regressione di tutti quei centri urbani
"cerniera" che fino ad oggi hanno rappresentato un'isola
felice rispetto alla frenesia dei grandi centri urbani.
Risulterebbe piuttosto paradossale prendere atto di
questa situazione e decidere quindi, da cittadini, di
orientarsi unicamente verso quelle aree incontaminate
del Paese che metaforicamente sono rappresentate dal
mare e dai monti.
Se è innegabile, soprattutto in un periodo di
depressione economica come è quello che stiamo
attraversando, che il processo di sviluppo economico ed
industriale deve continuare a marciare, è altresì
necessario orientare tale sviluppo verso orizzonti nuovi
e sostenibili: si rende necessario quindi, anche e
soprattutto in tema di vivibilità urbana, mettere
l'accento,ancora una volta, sull'urgenza di un approccio
allo sviluppo più etico e quindi più umano.
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